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Dietro il
richiamo del Quirinale Il messaggio alle Camere del
presidente Carlo Azeglio Ciampi sul pluralismo dell’informazione è destinato
a lasciare il segno. Proprio mentre si discuteva, nei modi soliti (e cioè
confusamente), di presidenzialismo e di altre ambiziose riforme
costituzionali, il messaggio del presidente - con la sua enfasi sul
pluralismo e l’imparzialità dell’informazione, e, soprattutto, con la
richiesta di una legge quadro che, sostituendo l’ormai superata (dai fatti)
legge Mammì del 1990, regolamenti in modo nuovo il settore - ricorda a
tutti, e in primo luogo a chi ha oggi il potere di governo, che il
pluralismo dell’informazione è condicio sine qua non della democrazia
(presidenziale o parlamentare che sia). L’opportunità del messaggio del
presidente deriva dall’esistenza di diversi problemi distinti ma connessi.
Il primo ha a che fare con il ruolo di Silvio Berlusconi, presidente del
Consiglio e proprietario di Mediaset. Il secondo ha a che fare con
l’esigenza di limitare le concentrazioni nel settore televisivo come in
quello della carta stampata (ricordiamo che proprio la libertà di stampa
così garantita ha consentito negli Stati Uniti di portare rapidamente a
conoscenza del pubblico la questione degli imbrogli contabili WorldCom e
delle altre società coinvolte). Il terzo problema riguarda l’urgenza di
preparare il Paese alla rivoluzione del digitale (prevista per legge, pare
troppo ottimisticamente, per il 2006, fra soli quattro anni). Il più grave
torto che si potrebbe fare al presidente Ciampi sarebbe quello di leggere il
suo solenne messaggio collegandolo solo alle polemiche contingenti
sull’informazione. Ciampi, in realtà, ha posto il Parlamento di fronte a
problemi la cui importanza per la democrazia italiana non diminuirà nel
tempo, sarà ancora inalterata quando tutti i protagonisti politici di oggi
saranno ormai usciti di scena. Che, nel breve termine, occorra moltiplicare
le garanzie di pluralismo radiotelevisivo, data la posizione personale
dell’attuale premier, è certo. Che occorra attrezzarsi per fronteggiare, nel
medio termine, la rivoluzione digitale, sapendo che non ci si può affidare
solo alla prevista forte crescita dell’offerta televisiva e multimediale per
garantire il pluralismo, è altrettanto certo. Opportunamente, il presidente
si è limitato a richiamare i principi: spetterà alle forze politiche trovare
i mezzi per realizzarli. E sui mezzi ci si dividerà. Alcune voci di
minoranza, anche chi scrive, sostengono da tempo che la privatizzazione
della Rai sia la strada maestra per rendere meno grave il problema della
concentrazione di potere mediatico nelle mani del presidente del Consiglio.
Ma è ormai chiaro che né Berlusconi né il grosso della maggioranza né il
grosso dell’opposizione ci sentono da quell’orecchio. L’altra strada,
adombrata anche nel messaggio del presidente, quella che consiste nel
mantenere la cosiddetta «centralità del servizio pubblico», è destinata a
dare, temo, in termini di pluralismo e imparzialità, il poco, il quasi
nulla, che ha sempre dato. Sta lì a testimoniarlo l’intera storia della Rai.
D’altra parte, pretendere, in un Paese iperpoliticizzato come il nostro,
imparzialità da addetti alla informazione televisiva anch’essi,
necessariamente, iperpoliticizzati, è pretendere l’impossibile. Senza voler
dare giudizi sulle persone, per esempio, non penso che, quando si faranno i
bilanci, si scopriranno vere differenze, sotto quel profilo, tra la Rai di
Zaccaria e quella di Baldassarre. Resta sacrosanto il richiamo del
presidente affinché il Parlamento non si faccia cogliere impreparato dalla
rivoluzione tecnologica incombente nel settore della comunicazione, non sia
costretto a ratificare fatti compiuti. Se proprio si deve, ricominciamo pure
a discutere di riforme costituzionali. Ma tenendo presente il monito
implicito del presidente: il pluralismo dell’informazione è più importante
di una (eventuale) buona riforma presidenziale.
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