24 luglio 2002  ESSAI - Articolo Corriere della Sera
 

Dietro il richiamo del Quirinale

QUELLE GARANZIE DI DEMOCRAZIA

Il messaggio alle Camere del presidente Carlo Azeglio Ciampi sul pluralismo dell’informazione è destinato a lasciare il segno. Proprio mentre si discuteva, nei modi soliti (e cioè confusamente), di presidenzialismo e di altre ambiziose riforme costituzionali, il messaggio del presidente - con la sua enfasi sul pluralismo e l’imparzialità dell’informazione, e, soprattutto, con la richiesta di una legge quadro che, sostituendo l’ormai superata (dai fatti) legge Mammì del 1990, regolamenti in modo nuovo il settore - ricorda a tutti, e in primo luogo a chi ha oggi il potere di governo, che il pluralismo dell’informazione è condicio sine qua non della democrazia (presidenziale o parlamentare che sia). L’opportunità del messaggio del presidente deriva dall’esistenza di diversi problemi distinti ma connessi. Il primo ha a che fare con il ruolo di Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset. Il secondo ha a che fare con l’esigenza di limitare le concentrazioni nel settore televisivo come in quello della carta stampata (ricordiamo che proprio la libertà di stampa così garantita ha consentito negli Stati Uniti di portare rapidamente a conoscenza del pubblico la questione degli imbrogli contabili WorldCom e delle altre società coinvolte). Il terzo problema riguarda l’urgenza di preparare il Paese alla rivoluzione del digitale (prevista per legge, pare troppo ottimisticamente, per il 2006, fra soli quattro anni). Il più grave torto che si potrebbe fare al presidente Ciampi sarebbe quello di leggere il suo solenne messaggio collegandolo solo alle polemiche contingenti sull’informazione. Ciampi, in realtà, ha posto il Parlamento di fronte a problemi la cui importanza per la democrazia italiana non diminuirà nel tempo, sarà ancora inalterata quando tutti i protagonisti politici di oggi saranno ormai usciti di scena. Che, nel breve termine, occorra moltiplicare le garanzie di pluralismo radiotelevisivo, data la posizione personale dell’attuale premier, è certo. Che occorra attrezzarsi per fronteggiare, nel medio termine, la rivoluzione digitale, sapendo che non ci si può affidare solo alla prevista forte crescita dell’offerta televisiva e multimediale per garantire il pluralismo, è altrettanto certo. Opportunamente, il presidente si è limitato a richiamare i principi: spetterà alle forze politiche trovare i mezzi per realizzarli. E sui mezzi ci si dividerà. Alcune voci di minoranza, anche chi scrive, sostengono da tempo che la privatizzazione della Rai sia la strada maestra per rendere meno grave il problema della concentrazione di potere mediatico nelle mani del presidente del Consiglio. Ma è ormai chiaro che né Berlusconi né il grosso della maggioranza né il grosso dell’opposizione ci sentono da quell’orecchio. L’altra strada, adombrata anche nel messaggio del presidente, quella che consiste nel mantenere la cosiddetta «centralità del servizio pubblico», è destinata a dare, temo, in termini di pluralismo e imparzialità, il poco, il quasi nulla, che ha sempre dato. Sta lì a testimoniarlo l’intera storia della Rai. D’altra parte, pretendere, in un Paese iperpoliticizzato come il nostro, imparzialità da addetti alla informazione televisiva anch’essi, necessariamente, iperpoliticizzati, è pretendere l’impossibile. Senza voler dare giudizi sulle persone, per esempio, non penso che, quando si faranno i bilanci, si scopriranno vere differenze, sotto quel profilo, tra la Rai di Zaccaria e quella di Baldassarre. Resta sacrosanto il richiamo del presidente affinché il Parlamento non si faccia cogliere impreparato dalla rivoluzione tecnologica incombente nel settore della comunicazione, non sia costretto a ratificare fatti compiuti. Se proprio si deve, ricominciamo pure a discutere di riforme costituzionali. Ma tenendo presente il monito implicito del presidente: il pluralismo dell’informazione è più importante di una (eventuale) buona riforma presidenziale.

ANGELO PANEBIANCO