24 luglio 2002

La lezione del Quirinale

 
Michele Ainis

C’E’ un bersaglio, un avversario occulto, dietro il messaggio sui problemi dell’informazione, che il presidente Ciampi ieri ha rivolto al Parlamento? La risposta circola già di bocca in bocca: è un altolà, o comunque una presa di distanza, d’un presidente verso l’altro, dopo l’autocandidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale.
Se fosse vero, tuttavia, non si capirebbe perché mai il messaggio rechi in calce la firma del presidente del Consiglio: ai suoi tempi Andreotti, e per due volte, rifiutò la controfirma ad altrettanti messaggi di Cossiga, lasciando a un suo ministro l’incombenza. Ma soprattutto - in questa chiave di lettura - s’immergerebbe nel cicaleccio estivo una vicenda di ben altro spessore, che chiama in causa precise responsabilità costituzionali, e allunga la sua luce sul sistema. In primo luogo per il metodo: in Italia come in Francia o negli Stati Uniti, il messaggio presidenziale è un atto pubblico e solenne, che si rivolge al paese attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento.
E’ dunque, e al tempo stesso, un segnale d’attenzione verso le due Camere; ce n’era davvero un gran bisogno, dato che gli ultimi governi (di destra e di sinistra) ne hanno via via eroso i poteri, legiferando al loro posto per decreto. Inoltre il messaggio impegna per intero la responsabilità del capo dello Stato: non a caso ogni presidente in genere ne detta uno soltanto durante il suo mandato. Nei nove precedenti, erano venute in gioco le riforme, o altrimenti la giustizia; oggi è il turno della libertà d’informazione, ed è la prima volta che succede.
Ecco: perché? Perché ogni democrazia, come ha scritto Bobbio, si regge sul diritto di voto; ma questo diritto è una finzione quando i cittadini non possono decidere fra proposte politiche diverse, e per decidere devono conoscerle. Viceversa c’è un problema, c’è un deficit di libertà e di pluralismo, dentro gli schermi della televisione. C’è una legge vecchia, che ha dodici anni e li dimostra tutti. Eppure il pluralismo è iscritto nelle tavole costituzionali, in una quantità di norme che lo declamano senza praticarlo, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Eppure la Consulta ha giudicato inadeguata la Mammì fin dal 1994. Adesso però il medesimo giudizio proviene, e nel modo più formale, dal supremo garante delle regole. Un giudizio, e insieme una lezione: quando avremo un presidente eletto dal voto popolare, un presidente governante, chi potrà più svolgere il mestiere che oggi svolge Ciampi?