Michele Ainis
C’E’ un bersaglio, un avversario occulto,
dietro il messaggio sui problemi dell’informazione, che il presidente
Ciampi ieri ha rivolto al Parlamento? La risposta circola già di bocca in
bocca: è un altolà, o comunque una presa di distanza, d’un presidente
verso l’altro, dopo l’autocandidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale.
Se fosse vero, tuttavia, non si capirebbe perché mai il messaggio rechi in
calce la firma del presidente del Consiglio: ai suoi tempi Andreotti, e
per due volte, rifiutò la controfirma ad altrettanti messaggi di Cossiga,
lasciando a un suo ministro l’incombenza. Ma soprattutto - in questa
chiave di lettura - s’immergerebbe nel cicaleccio estivo una vicenda di
ben altro spessore, che chiama in causa precise responsabilità
costituzionali, e allunga la sua luce sul sistema. In primo luogo per il
metodo: in Italia come in Francia o negli Stati Uniti, il messaggio
presidenziale è un atto pubblico e solenne, che si rivolge al paese
attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento.
E’ dunque, e al tempo stesso, un segnale d’attenzione verso le due Camere;
ce n’era davvero un gran bisogno, dato che gli ultimi governi (di destra e
di sinistra) ne hanno via via eroso i poteri, legiferando al loro posto
per decreto. Inoltre il messaggio impegna per intero la responsabilità del
capo dello Stato: non a caso ogni presidente in genere ne detta uno
soltanto durante il suo mandato. Nei nove precedenti, erano venute in
gioco le riforme, o altrimenti la giustizia; oggi è il turno della libertà
d’informazione, ed è la prima volta che succede.
Ecco: perché? Perché ogni democrazia, come ha scritto Bobbio, si regge sul
diritto di voto; ma questo diritto è una finzione quando i cittadini non
possono decidere fra proposte politiche diverse, e per decidere devono
conoscerle. Viceversa c’è un problema, c’è un deficit di libertà e di
pluralismo, dentro gli schermi della televisione. C’è una legge vecchia,
che ha dodici anni e li dimostra tutti. Eppure il pluralismo è iscritto
nelle tavole costituzionali, in una quantità di norme che lo declamano
senza praticarlo, nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
europea.
Eppure la Consulta ha giudicato inadeguata la Mammì fin dal 1994. Adesso
però il medesimo giudizio proviene, e nel modo più formale, dal supremo
garante delle regole. Un giudizio, e insieme una lezione: quando avremo un
presidente eletto dal voto popolare, un presidente governante, chi potrà
più svolgere il mestiere che oggi svolge Ciampi?